E’ necessario/giusto dire a mio figlio che è stato adottato?

Una domanda che spesso si pongono i genitori che hanno preso in adozione bambini molto piccoli (generalmente prima dei due anni), è se è opportuno dire al proprio bambino che è stato adottato. Questo interrogativo è legato all’ipotesi che il bambino, proprio perché piccolo, non ricorderà nulla delle sue origini.

Tuttavia, da esperienze cliniche, risulta che i bambini adottati anche molto piccoli ricordano “oscuramente” qualche elemento del loro ambiente natio e delle parole e dei segni della loro lingua originale, elementi che spesso compaiono nei sogni in modo misterioso ed inquietante.

È davvero per il suo bene?

Talvolta i genitori adottivi si chiedono se non sia meglio che il bambino creda di essere un figlio naturale, tentando così di non “etichettarlo” come diverso dagli altri bambini. Resta in dubbio l’idea che il “sentirsi diverso” sia davvero una sensazione legata esclusivamente al bambino, oppure se sia invece dei genitori.

In passato tenere all’oscuro il bambino dalle sue origini era pratica molto diffusa, mentre oggi si ritiene opportuno raccontargli la verità per tutelare la serenità del nucleo familiare.

I segreti che urlano

I bambini sono molto sensibili a piccole variazioni del tono della voce, a discorsi interrotti al loro apparire, ad imbarazzi che riguardano l’argomento dell’adozione e captano inconsapevolmente qualcosa di misterioso che li riguarda, diventando così diffidenti e sospettosi.

Tutto questo può comportare difficoltà relazionali tra genitori e figlio.

Si è visto che molti figli adottivi, una volta informati sulla verità della loro nascita, affermano di averla sempre velatamente avvertita come un elemento inquietante che li riguardava.

Inoltre nel momento in cui ne vengono a conoscenza, per cause accidentali o meno, la consapevolezza improvvisa rischia di trasformarsi in un trauma che spesso il bambino non è in grado di fronteggiare.

Potrebbero svilupparsi, così, vissuti di duplice abbandono e potrebbe venir meno la fiducia nei confronti dei genitori adottivi.

Le difficoltà legate alla verità

Una delle difficoltà che riscontrano i genitori nel dire da subito la verità al proprio figlio adottivo, riguarda probabilmente la mancata elaborazione dell’impossibilità a generare naturalmente.

L’adozione, che li ha resi padri e madri, non è stata sufficiente a rimarginare una ferita che tentano di dimenticare o di colmare.

I pensieri dei genitori adottivi

Nell’adozione può accadere che i nuovi genitori idealizzino il bambino per rivestirlo di un ruolo centrale all’interno della famiglia. L’intento, prevalentemente inconscio, è quello di lenire l’ansia relativa a ciò che di ignoto porta il bambino con sé compresa la verità che esistano da qualche parte dei genitori naturali che sono stati privati di questo figlio. Sentimenti di rivalità e di “furto” rispetto alla madre naturale possono alimentare le fantasie di un’appropriazione indebita e colpevole, che vengono perlopiù rimosse.

La cosa migliore è dire la verità fin dall’inizio, cogliendo ogni minima occasione per parlare della realtà dei fatti.

Non ha molta importanza se il bambino è troppo piccolo per poter capire: da ricerche effettuate, risulta che i bambini capiscono la differenza tra l’essere nato in una famiglia e l’essere stato adottato all’incirca verso i cinque anni, ma è consigliabile parlarne anche da prima.

Come dirlo

Si può affrontare l’argomento con parole semplici non appena, ad esempio, il bambino si mostri incuriosito verso una donna in evidente stato di gravidanza. Si può dire che la signora ha un bambino nella pancia, ma che lui non è stato nella pancia della sua mamma bensì in quella di un’altra signora che non ha potuto tenerlo con sé anche se, forse, lo avrebbe desiderato; una mamma che sperava che ci fossero altri due genitori che avrebbero potuto farlo crescere al posto suo.

Parlare dell’adozione fin dall’inizio non farà sentire al bambino ingannato rispetto alle sue origini e farà sentire i genitori più tranquilli nel rispondere alle domande del figlio, quando questi sarà in grado di formularle.

Le paure dei genitori adottivi

Una delle paure più grandi dei genitori adottivi è quella di pensare che i bambini, una volta scoperta la verità, non li ameranno più, evenienza spesso legata a fantasie più che a dati di fatto.

Dal punto di vista del bambino, conoscere la sua vera storia sin dall’inizio rappresenta un’occasione per avere fiducia nelle possibilità che la vita offre, in quanto gli si insegna che nonostante i suoi genitori biologici non siano più presenti, lui ha a disposizione altre due figure che possono fornirgli amore e modelli di identificazione.

Se il bambino, come quasi sicuramente accadrà, comincerà ad incuriosirsi alle circostanze della propria nascita o se farà domande a riguardo, deve essere ascoltato e deve ottenere delle risposte congrue e reali, ovviamente mediate in base all’età.

La verità diventa così la chiave per instaurare un rapporto di fiducia tra le due parti permettendo al bambino di sentirsi legittimato a fare domande perché ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondergli.

Affrontare il complesso di inferiorità genitoriale

Spesso rimane nei coniugi la convinzione, a livello inconsapevole, che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella naturale e questo porta loro a pensare che, nonostante tutto, il bambino appartenga ai genitori naturali e che le cose che verranno fatte per lui non saranno mai sufficienti a rendere i genitori adottivi “degni” come quelli che invece gli hanno donato la vita.

Nascondere la vera storia li fa sentire, inconsapevolmente, meno “paragonabili” e quindi meno in discussione rispetto alle proprie capacità di essere genitori.

Competizione genitoriale

Un altro timore dei genitori è che il figlio non si affezioni a loro, soprattutto se non è piccolissimo ed ha avuto contatti con i genitori naturali e che, una volta grande, il bambino voglia riallacciare i rapporti con questi ultimi.

Il tentativo del figlio adottivo di ricercare le proprie origini evidenzia il senso di competizione che può esserci nei genitori adottivi rispetto a quelli naturali. Tali fantasie vengono vissute come un senso di fallimento personale, poiché i genitori adottivi non riescono a considerare la “curiosità genealogica”, comune negli adolescenti adottati, come una tappa fisiologica e normale. Piuttosto si nutrono di un alto grado di autosvalutazione che ripropone loro la propria sterilità originaria, ferita mai rimarginata.

Cosa fare

Anche se può risultare molto complicato per i genitori adottivi, la cosa migliore e “giusta” per il bambino è aiutarlo a mantenere un legame con il suo ambiente di origine: se è possibile e, ovviamente, se il bambino lo desidera, è importante visitare il luogo da cui proviene come anche aiutarlo a mantenere i rapporti con eventuali  fratelli che, come spesso accade, vengono adottati da altre famiglie. Mantenere un legame con le sue origini farà sentire al bambino adottato che la sua infanzia non è perduta e gli darà la possibilità di perdonare l’abbandono subito.

Se il genitore sente disagio ed angoscia nell’affrontare le domande del bambino, al di là delle sue convinzioni razionali, è necessario che si ricorra ad una figura competente che possa aiutare lui, genitore, in questo arduo compito, ed il bambino nella difficile conquista che è lo strutturarsi della propria identità, affinché possa integrare il dolore dell’abbandono con il piacere del nuovo attaccamento. Ciò che conta maggiormente non è la ricostruzione della realtà storica, ossia dei fatti avvenuti, ma quella delle emozioni ad essi collegate.

Bibliografia:

Bosi S., Guidi D. (1991), Guida per i genitori adottivi, Mondadori, Milano.

Dell’Antonio A. (1986), Le problematiche psicologiche dell’adozione nazionale e internazionale, Giuffrè, Milano.

Galli J. E Viero F. (2001), Fallimenti adottivi. Prevenzione e riparazione Armando Editore, Roma.

Monaco M.F., Castellani P.P. (1994), Il figlio del desiderio. Quale genitore per l’adozione?, Ed. Bollati Boringhieri, Torino.

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